ORDINE PROVVISIORIO DEGLI ARTEFATTI: L’ARCHIVIO BASSOTTO COME MODERNA WUNDERKAMMER
Lo studio di Raffaello Bassotto, così come emerge dalla sequenza fotografica, si configura esplicitamente come una Wunderkammer contemporanea: uno spazio in cui l’accumulo non è mai casuale, ma risponde a una logica conoscitiva, poetica e filosofica. Ogni oggetto, strumento, frammento o materiale appare come un mirabile, nel senso rinascimentale del termine: qualcosa che suscita meraviglia e, al tempo stesso, interroga. Le fotografie non documentano semplicemente un luogo di lavoro, ma restituiscono un sistema di pensiero, un atlante visivo in cui natura, artificio, memoria e invenzione convivono senza gerarchie prestabilite.




Come nelle Wunderkammern tra XVI e XVII secolo, lo studio di Bassotto mette in crisi le categorie tradizionali del sapere. Naturalia e artificialia si mescolano, così come il tempo lungo della sedimentazione e l’urgenza del gesto creativo. La macchina fotografica indugia su stratificazioni, dettagli, relazioni impreviste: ciò che conta non è l’oggetto in sé, ma la rete di rimandi che esso attiva. In questo senso, la Wunderkammer non è solo un modello espositivo, ma una filosofia della conoscenza fondata sull’esperienza sensibile, sull’analogia e sulla curiosità come motore del pensiero.







Un ruolo centrale è giocato dalla scelta estetica della grana, del disturbo e della simulazione della pellicola, elementi volutamente accentuati nelle immagini. Lontani da una resa neutra o iperdefinita, questi interventi visivi introducono una dimensione temporale e materica che dialoga direttamente con la filosofia della Wunderkammer. La grana diventa traccia, residuo, imperfezione significativa: un equivalente visivo della polvere che si deposita sugli oggetti, della patina del tempo che li carica di senso. Il disturbo rompe la trasparenza dell’immagine e ne rivela il dispositivo, ricordando che ogni atto di conoscenza è mediato, parziale, costruito. La simulazione della pellicola, infine, non è un gesto nostalgico, ma un’operazione concettuale: un modo per riaffermare la fotografia come processo, non come semplice registrazione.




In filigrana, quasi come un’eco lontana, si avverte un rimando alle fotografie di Luigi Ghirri nell’atelier di Giorgio Morandi: non una citazione diretta, ma una consonanza di atteggiamento. Come in quelle immagini, anche qui lo sguardo non cerca l’icona dell’artista, bensì la quieta intensità dello spazio, il silenzio operativo degli oggetti, la sospensione tra presenza e assenza. È un riferimento lieve, che agisce per affinità più che per dichiarazione, rafforzando l’idea dello studio come luogo mentale prima ancora che fisico.




Le fotografie dello studio diventano così una mappa mentale, un microcosmo che riflette il macrocosmo del mondo esterno. Come per i collezionisti umanisti, anche per Bassotto il collezionare è un atto critico: significa trattenere, osservare, mettere in relazione. La fotografia, attraversata da grana e disturbo, assume il ruolo di strumento epistemologico, capace di fissare momentaneamente un ordine che resta sempre provvisorio. In questa tensione tra caos e sistema, tra meraviglia e metodo, lo studio/Wunderkammer si rivela come il vero luogo dell’opera: uno spazio in cui il pensiero prende forma prima ancora dell’oggetto artistico.


