Skip to Content

GIARDINI APERTI – INTERNO VERDE 2026

Palazzo Della Torre-Ederle, Stradone San Fermo
 
Palazzo Beccherle, Stradone San Fermo
 
Palazzo Bompiani, Via XX Settembre
 
Palazzo Castellani di Sermeti, Corso Castelvecchio
 
Varie
 
Nota metodologica

Sul trattamento visivo della serie Giardini Aperti

Le fotografie di questa serie sono state realizzate con una coerenza stilistica che attraversa tutte le fasi del processo: dalla messa a fuoco allo schermo di editing. La scelta non è decorativa: è una dichiarazione di metodo.

Dalla recipe alla post-produzione: un flusso coerente

Il lavoro visivo è iniziato in fase di scatto, con la selezione della recipe Kodachrome II applicata in-camera. La scelta di operare direttamente sul profilo colore della fotocamera — prima ancora di aprire un software di editing — significa che l’estetica analogica non è stata sovrapposta alle immagini a posteriori, ma ha orientato le decisioni fotografiche sul campo: l’esposizione, il modo di gestire le alte luci, la ricerca di contrasti cromatici che quella palette esalta. La post-produzione ha lavorato in continuità con questa impostazione, affinando la grana, modulando le dominanti e calibrando il contrasto scatto per scatto, senza stravolgere quanto già definito al momento dello scatto.

Perché la Kodachrome

La Kodachrome è un’emulsione con una storia precisa: protagonista della fotografia documentaria e di reportage dagli anni Trenta fino alla sua dismissione nel 2010, è associata a una tavolozza inconfondibile — i verdi saturi e freddi, i rossi profondi, le ombre quasi prive di dominanti. Applicata ai giardini storici, quella palette produce un effetto di riconoscimento involontario: queste immagini sembrano già viste, già archiviate da qualche parte, già appartenenti a un repertorio collettivo. È esattamente l’effetto cercato. I giardini aperti al pubblico sono luoghi che esistono in una tensione continua tra passato e presente; fotografarli con la resa neutra del sensore digitale avrebbe prodotto immagini precise, ma temporalmente indifferenti.

Il retrò come scelta consapevole, non come filtro

È importante distinguere questo approccio dall’uso generico di filtri vintage. La recipe Kodachrome II non è stata applicata uniformemente per uniformare l’estetica della serie: ha funzionato come vincolo creativo attivo, presente già mentre si inquadrava. Ogni scatto è stato composto sapendo come quella simulazione avrebbe risposto alla luce, al verde della vegetazione, alle superfici in pietra. La grana è stata successivamente calibrata nelle zone d’ombra; le mezzetinte sono state lasciate quasi pulite, fedeli al comportamento reale dell’emulsione originale.

Una nota sull’autenticità

Simulare la pellicola con strumenti digitali pone inevitabilmente una questione di autenticità. La risposta adottata in questa serie è che l’autenticità non risiede nel supporto fisico, ma nell’intenzione e nella coerenza. La Kodachrome non è qui un feticcio né una nostalgia: è un vocabolario visivo condiviso, un codice che il pubblico riconosce come portatore di attenzione e presenza. Usarlo — e usarlo fin dal momento dello scatto — significa scegliere di parlare quella lingua con piena consapevolezza, non applicarla come costume a cose già fatte.


Tutte le immagini sono scattate con fotocamera digitale, con recipe Kodachrome II applicata in-camera. Il trattamento in post-produzione è documentato nei metadati di ogni file. I file RAW originali sono archiviati e disponibili su richiesta.