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INTRODUZIONE ALL’ANDROPIA

an·dro·pì·a s. f.

Dal gr. ἄνθρωπος (ànthropos), “essere umano”, e ἐντροπία (entropìa), “trasformazione, deriva verso il disordine”. Neol.
Tendenza irreversibile del paesaggio a portare i segni di chi lo ha abitato, costruito, abbandonato. Per estens., condizione del territorio che, sottoposto all’azione umana, acquisisce un ordine imprevisto e incontrollabile, distinto tanto dalla natura intatta quanto dalla città pianificata. «Le periferie industriali, i margini urbani, le infrastrutture dismesse sono le manifestazioni più evidenti dell’a.» — Contrario di: equilibrio naturale. Cfr. antropizzazione, entropia.

 

Ogni cosa costruita dall’uomo, prima o poi, smette di funzionare come era stata pensata. Ma non crolla: resta lì, a metà tra ciò che doveva essere e ciò che è diventata. Il cancello si apre ma non chiude più niente. Il binario è ancora un binario, ma non ci passa più nessun treno. Capisci ancora a cosa serviva, ma non serve più a quello.

Ho chiamato “Andropia” questo fenomeno. Non è la stessa cosa della rovina: la rovina è qualcosa che è già finito, che si racconta al passato, con un po’ di rimpianto. L’Andropia invece succede adesso, davanti ai nostri occhi: è un disordine con una sua logica, un nuovo equilibrio che il tempo impone alle cose costruite dall’uomo. Non è una fine, è un fotogramma di qualcosa che si sta ancora muovendo.

L’Andropia sta in mezzo a due estremi: da una parte c’è chi vuole rimettere tutto a posto, restaurare ogni cosa; dall’altra c’è chi vuole controllare e pianificare tutto, anche l’imprevedibile. L’Andropia non fa né l’una né l’altra cosa: si limita a guardare cosa succede quando queste due tendenze si separano e nessuno interviene più.

È diversa anche dal concetto di “antropizzazione”, che indica il contrario: la natura trasformata dall’uomo. L’Andropia invece è l’opera dell’uomo che sfugge di mano all’uomo stesso. E non serve un intero edificio abbandonato per vederla: basta un cartello scolorito, un passaggio pedonale consumato, una recinzione arrugginita.

C’è comunque un giudizio implicito in questo termine, perché contiene la parola “entropia”: suggerisce che le cose vadano verso qualcosa di meno ordinato e meno leggibile. Scegliere cosa fotografare come “andropico” è già una scelta, non uno sguardo neutro. Quello che resta sospeso non è l’osservazione in sé, ma il giudizio finale: se questo cambiamento sia da rimpiangere o da accogliere, non viene mai detto.

La fotografia è lo strumento giusto per raccontare tutto questo: cattura un momento preciso, sapendo che quel momento è già di passaggio verso qualcos’altro. Il fotografo fissa il segno lasciato dall’uomo proprio mentre sta diventando altro — senza dare un verdetto su questo cambiamento.


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